pdfUn racconto di Edgar Allan Poe adattato

per studenti di italiano di livello intermedio

 

Quando mi sono sposato ero molto giovane e all’inizio ero felice. Mia moglie sapeva che amavo gli animali, così ha cominciato a portarmene tanti. In casa avevamo uccelli, pesci, un cane, conigli, una scimmia e un gatto nero di nome Pluto. Pluto era speciale. Era grande, forte e molto intelligente. Io gli volevo molto bene. Era il mio animale preferito. Mi seguiva ovunque e solo io gli davo da mangiare.

Ma con il tempo, io sono cambiato. Ho cominciato a bere troppo. L’alcol mi ha reso nervoso e cattivo. Trattavo male mia moglie e a volte la picchiavo. Anche gli animali hanno sofferto. Li ignoravo o li picchiavo. Solo Pluto era ancora al sicuro.

Poi anche Pluto ha iniziato a subire la mia rabbia. Una sera sono tornato a casa completamente ubriaco. Pluto ha cercato di evitarmi, io l’ho afferrato e lui mi ha morso. In quel momento ho perso il controllo. Ho preso il piccolo coltello che portavo sempre in tasca e, spinto dalla rabbia, gli ho fatto molto male: gli ho cavato un occhio.

Si, proprio un occhio. Mi vergogno profondamente. Non riesco a credere di aver fatto una cosa simile.

La mattina dopo, quando mi sono svegliato, ho provato un’emozione strana. Avevo un po’ di rimorso e un po’ di paura per quello che avevo fatto. Ma erano sentimenti deboli. Non mi hanno fermato. Ho ripreso a bere come prima e il vino ha cancellato tutto.

Nel frattempo Pluto è guarito lentamente. Al posto dell’occhio aveva un buco vuoto e faceva impressione. Ma lui stava meglio. Camminava per casa come sempre, ma quando mi vedeva, scappava. Aveva paura di me.

All’inizio mi dispiaceva vederlo spaventato da me. Era un animale che mi aveva voluto bene. Ma dopo poco tempo quella situazione ha cominciato a darmi fastidio. Non sopportavo più quello sguardo. E dentro di me è cambiato qualcosa.

Ho cominciato a sentire una forza strana. Non era rabbia, non era odio. Era un desiderio di fare del male, solo perché era sbagliato. Una voce dentro di me diceva: fallo, anche se ti farà soffrire.

Una mattina, anche se non ero arrabbiato, ho deciso. Ho preso un cappio, ho portato Pluto fuori e l’ho impiccato al ramo di un albero. Avevo le lacrime agli occhi. Sentivo dolore, ma l’ho fatto lo stesso. Sapevo che era un peccato grave. E proprio per questo l’ho fatto. Per punirmi. Per dannarmi.

La notte dopo l'azione crudele, ho sentito qualcuno gridare: – Al fuoco! – Mi sono svegliato e ho visto che le tende del letto bruciavano. La casa stava andando a fuoco. Con molta fatica, io, mia moglie e un servitore siamo riusciti a scappare. L’incendio ha distrutto tutto. Ho perso ogni cosa. Da quel momento, mi sono sentito disperato. Non voglio dire che il fuoco sia stato una punizione per quello che ho fatto. Non credo a queste cose. Sto raccontando una serie di fatti importanti, e voglio che tutto sia chiaro.

Il giorno dopo l’incendio, sono andato a vedere cosa era rimasto della casa. Tutti i muri erano caduti, tranne uno. Era un muro sottile, al centro della casa, vicino al mio letto. Lì il fuoco non aveva distrutto l’intonaco, forse perché era stato messo da poco. Davanti a quel muro c’erano molte persone. Guardavano un punto preciso con attenzione. Alcuni dicevano: – Strano! – Che cosa curiosa!

Mi sono avvicinato e ho visto una cosa incredibile: sulla parete c’era la figura di un enorme gatto, come scolpita nel muro. Aveva una corda intorno al collo. All’inizio ho avuto paura. Quella figura sul muro era troppo chiara, troppo precisa. Sembrava impossibile. Poi ho cercato una spiegazione. Forse, durante l’incendio, qualcuno era entrato in giardino, aveva staccato il gatto dall’albero e l’aveva lanciato nella mia stanza, forse per svegliarmi. Il corpo era caduto vicino al muro, proprio dove c’era l’intonaco fresco. Poi i muri erano crollati e il peso aveva schiacciato il cadavere contro la parete. Il calore, la calce e i liquidi del corpo avevano lasciato quell’immagine strana, come un’impronta.

Era una spiegazione possibile. Mi ha aiutato a calmare un po’ la mente. Ma non il cuore. Per mesi, non ho smesso di pensare a quella figura. Era come se il fantasma del gatto mi seguisse ovunque. Sentivo un misto di tristezza e rimorso. Per cercare sollievo, ho cominciato a cercare un altro gatto nero, simile a Pluto. Passavo le serate in locali tristi, sperando di trovarne uno.

Una notte, in uno di quei posti, ho visto un’ombra sopra una botte. Era un gatto nero, grande, con una macchia bianca sul petto. Quando l’ho toccato, ha fatto le fusa e mi si è strofinato addosso. Ho chiesto al proprietario se fosse suo, ma ha detto di no. Il gatto mi ha seguito fino a casa. Mia moglie l’ha accolto con affetto. Io, invece, dopo un primo momento positivo, ho cominciato a sentire fastidio. La sua presenza continua mi irritava. Anche se ricordavo quello che avevo fatto a Pluto e cercavo di trattenermi, col tempo ho iniziato a odiarlo.

 

 

Un giorno ho scoperto che anche questo gatto aveva un solo occhio. Sembrava la copia di Pluto. E più lo detestavo, più lui mi seguiva ovunque. Dormiva su di me, mi stava sempre vicino. Avevo paura. Non paura fisica, ma un terrore profondo, difficile da spiegare. Un dettaglio mi tormentava: la macchia bianca sul petto. A poco a poco ha preso la forma di una forca. Questa immagine mi ha spaventato e disgustato. Non riuscivo a togliermela dalla testa.

Ero disperato. Il gatto era diventato un incubo. Mi svegliavo di notte con la sua presenza sul petto. Non avevo più pace. Dentro di me era rimasto solo odio, verso tutto e tutti. Mia moglie, paziente e buona, subiva il peggio. Un giorno, mentre eravamo in cantina, il gatto ha cercato di farmi inciampare. In un impeto di rabbia, ho preso un’ascia per colpirlo. Ma mia moglie ha provato a fermarmi. In preda alla furia, ho rivolto l’arma contro di lei l’ho colpita alla testa. È morta sul colpo.

Dopo averla uccisa ho subito pensato che dovevo nascondere il corpo. Non potevo portarlo fuori casa. Ho pensato a diverse soluzioni: tagliarlo a pezzi, bruciarlo, scavare una buca, metterlo in una cassa. Ma nessuna idea mi sembrava sicura.

Alla fine ho deciso di nasconderlo dietro un muro della cantina. Era il punto perfetto: l’intonaco era ancora fresco e c’era un vecchio camino murato. Ho tolto i mattoni, ho messo il corpo e poi ho ricostruito tutto. Ho usato materiali simili a quelli originali. Nessuno poteva notare la differenza. Sentivo di aver fatto un buon lavoro.

Poi ho pensato al gatto. Ho cominciato a cercarlo dappertutto. Volevo trovarlo e ucciderlo. Ma era sparito. Non si faceva vedere. Questo mi ha dato un sollievo enorme. Per la prima volta da tempo, ho dormito bene.

Sono passati tre giorni. Il gatto non è tornato. Io mi sentivo libero, tranquillo. Nessuno sospettava di me. Anche quando sono arrivati i poliziotti a perquisire la casa, non hanno trovato nulla.

Poi sono tornati una seconda volta. Volevano controllare meglio. Ma io ero calmo. Hanno cercato dappertutto, anche in cantina. Ero così sicuro di me che ho voluto fare il brillante. Ho sorriso e ho detto: – Questa casa è ben costruita, vero? Guardate che muri solidi!

Poi ho battuto con il bastone sul muro dove c’era il cadavere. All’improvviso si è sentita una voce. Un lamento. Poi un urlo terribile, spaventoso, come se venisse dall’inferno. Ho perso le forze. Gli agenti, prima immobili, si sono lanciati sul muro a picchiare, scavare, finché il muro è crollato.

Dietro c’era il cadavere di mia moglie in piedi, già in fase di decomposizione, con la testa sporca di sangue. Sulla testa c’era il gatto. Aveva un occhio solo e la bocca rossa aperta. Era lui che urlato. Era lui che mi aveva condannato. L’avevo murato insieme a mia moglie.

 

 

 

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