Da un racconto di O. Henry, adattato per studenti di italiano di livello intermediopdf

 

 

Sembrava un buon piano, ma sentite cosa è successo. Io e Bill Driscoll siamo nel Sud, in Alabama, quando ci viene un’idea: rapire un bambino per chiedere un riscatto. Come dice poi Bill, è stato un momento di follia temporanea[1]. Più avanti capirete perché.

C’è una cittadina lì vicino, Summit, che dal nome sembra una città di montagna,  invece è piatta come una frittella. La gente è tranquilla e soddisfatta, il tipo di persone che lasciano ancora la porta di casa aperta.

Io e Bill abbiamo in tutto 600 dollari, ma ci servono altri 2.000 dollari per organizzare degli affarucci[2] in Illinois. Parliamo della nostra idea davanti all’hotel. Nei paesi piccoli i genitori amano molto i figli, quindi un rapimento dovrebbe funzionare meglio che in una grande città, dove subito i giornalisti cominciano a scrivere articoli in prima pagina, e la polizia si scatena. A Summit trovi solo un paio di poliziotti grassi e pigri, qualche cane addormentato e qualche articolo di protesta nel giornalino della parrocchia. Insomma, sembra un affare sicuro.

Scegliamo come vittima il figlio unico di Ebenezer Dorset, un cittadino rispettato, ma avaro e severo. È un uomo che lavora nel campo dei mutui, e la domenica raccoglie la colletta in chiesa con lo stesso entusiasmo con cui pignora le case della gente.

Il bambino ha dieci anni, le lentiggini e i capelli rossi come la copertina delle riviste che compri alla stazione prima di salire su un treno. Noi pensiamo che Ebenezer pagherà senza problemi i 2.000 dollari. Ma aspettate di sentire il resto.

A circa tre chilometri da Summit c’è una piccola montagna, piena di cespugli di cedro. Sul lato posteriore della montagna c’è una caverna. Lì nascondiamo le provviste.

Una sera, dopo il tramonto, passiamo davanti alla casa del vecchio Dorset con un carro trainato da due cavalli. Il bambino è per strada e tira sassi a un gattino dall’altra parte della recinzione.

— Ehi, ragazzino! — dice Bill. — Vuoi una busta di caramelle e un bel giro in carrozza?

Il bambino colpisce Bill in pieno occhio con un pezzo di mattone.

— Questo costerà al vecchio altri 500 dollari — dice Bill, salendo sul carro.

Il bambino lotta come un piccolo orso selvatico, ma alla fine riusciamo a metterlo nel carro e scappiamo. Lo portiamo alla caverna. Io lego il cavallo tra i cedri, poi torno a piedi fino al villaggio, tre miglia più in là, per restituire il carro.

Quando rientro, Bill si sta mettendo cerotti su graffi e lividi. Accanto al fuoco, il bambino sta guardando una pentola di caffè bollente, con due piume di avvoltoio nei capelli rossi. Appena mi vede, mi punta contro un bastone e grida: — Ah! Maledetto viso pallido, osi entrare nell’accampamento del Capo Rosso, il terrore delle pianure?

— Adesso sta bene — dice Bill, alzandosi i pantaloni per guardarsi i lividi sulle gambe. — Stiamo giocando agli indiani. Io sono un prigioniero del Capo Rosso. Mi farà lo scalpo[3] all’alba. Ti giuro, Sam, quel bambino tira calci come un mulo.

Sì, signore. Quel bambino sembra divertirsi come un matto. L’idea di accamparsi in una caverna gli fa dimenticare di essere stato rapito. Mi chiama Occhio di Serpente, la Spia, e annuncia che, quando i suoi guerrieri torneranno dalla guerra, mi arrostirà al palo al sorgere del sole.

Poi ceniamo. Si riempie la bocca di pancetta, pane e sugo, e parla senza fermarsi. Il suo discorso sembra una lista di pensieri sparsi: — Mi piace stare qui. Non ho mai fatto campeggio prima. Ho avuto un opossum da piccolo. Ho compiuto nove anni al mio ultimo compleanno. Odio la scuola. I topi hanno mangiato sedici uova della zia di Jimmy Talbot. Ci sono veri indiani in questi boschi? Voglio altro sugo. Se gli alberi si muovono, significa che il vento soffia? Abbiamo avuto cinque cuccioli di cane. Perché hai il naso rosso, Hank? Mio padre ha tanti soldi. Le stelle sono calde? Ho picchiato Ed Walker due volte, sabato. Non mi piacciono le ragazze. Non puoi prendere i rospi senza una corda. I buoi fanno rumore? Perché le arance sono rotonde? Ci sono letti in questa caverna? Un pappagallo può parlare, ma una scimmia o un pesce no. Quanto fa sei più sei?

Ogni tanto ricorda di essere un indiano, prende il bastone come fosse un fucile e fa la guardia all’ingresso della caverna. Poi, ogni tanto, lancia un urlo di guerra che fa venire i brividi. Bill è terrorizzato da questo bambino fin dall’inizio.

— Capo Rosso — gli chiedo — vuoi tornare a casa?

— E perché? — risponde lui. — A casa non mi diverto mai. Odio la scuola. Mi piace stare in campeggio. Non mi porterai a casa, vero, Occhio di Serpente?

— Non subito — gli dico. — Restiamo qui per un po’.

— Bene! — esclama. — Non mi sono mai divertito così tanto in vita mia!

Andiamo a dormire verso le undici. Stendiamo coperte e cuscini e mettiamo il Capo Rosso in mezzo a noi.. Ci tiene svegli per tre ore, saltando su e gridando: — Silenzio, arriva qualcuno! — sussurra, come se sentisse il passo leggero dei nemici nella notte.

Alla fine mi addormento, ma sogno di essere io il rapito, legato a un albero da un pirata feroce con i capelli rossi.

All’alba mi svegliano urla terribili di Bill. Non sono semplici grida o lamenti. Sono urla spaventose, , che fanno venire i brividi.

Mi alzo di scatto. Il Capo Rosso è seduto sul petto di Bill, con una mano nei suoi capelli. Nell’altra mano tiene il coltello affilato con cui tagliamo la pancetta e sta cercando di fargli lo scalpo davvero!

Gli strappo via il coltello e lo faccio sdraiare di nuovo. Ma da quel momento Bill è un uomo distrutto. Si mette sul fianco e non chiude più occhio fino alla fine del rapimento. Io dormo un po’, ma poco prima dell’alba ricordo che il Capo Rosso ha detto che mi avrebbe bruciato vivo all’alba.

Non sono spaventato, ma mi siedo accanto a una roccia, accendo la pipa e aspetto.

— Perché ti alzi così presto, Sam? — mi chiede Bill.

— Oh, niente — dico. — Mi fa male una spalla. Pensavo che stare seduto mi aiutasse.

— Menti, Sam — dice Bill. — Hai paura. Dovevi essere bruciato all’alba e hai paura che lui lo faccia davvero. E lo farebbe, se solo trovasse dei fiammiferi.

Poi mi guarda con disperazione.

— Sam, secondo te qualcuno pagherà per riavere un piccolo mostro del genere?

— Certo — gli dico. — Un bambino così terribile è proprio il tipo che i genitori adorano. Ora tu e il Capo preparate la colazione mentre io salgo sulla montagna a vedere cosa succede.

Salgo sulla vetta e osservo il paesaggio. Mi aspetto di vedere la gente di Summit in cerca del bambino, con forconi e cani da caccia, ma non c’è nessuno. Solo un uomo che ara un campo con un mulo grigio.

Nessuno cerca il bambino, nessuno scandaglia i fiumi, nessun messaggero corre per la città con notizie. La campagna è tranquilla e sonnacchiosa, come se nulla fosse successo.

— Forse — penso — ancora non si sono accorti che il piccolo è sparito.

Poi mi viene un’altra idea: poveri noi! Scendo dalla montagna e torno alla caverna. Quando arrivo, trovo Bill schiacciato contro la parete della caverna, ansimante, mentre il bambino sta per tirargli addosso una pietra grossa quanto una noce di cocco.

 

 

— Mi ha messo una patata bollente nella schiena — mi spiega Bill — e poi l’ha schiacciata con il piede. Allora gli ho dato uno schiaffo. Hai una pistola, Sam?

Gli tolgo la pietra di mano e cerco di calmare la situazione.

— Ti sistemerò io! — dice il bambino a Bill. — Nessuno colpisce il Capo Rosso senza pagarne le conseguenze!

Dopo colazione, il bambino tira fuori una fionda di cuoio dalla tasca ed esce dalla caverna.

— Che fa adesso? — chiede Bill, preoccupato. — Secondo te scappa?

— Macché — gli dico. — Non sembra proprio il tipo che sente la mancanza di casa. Ma dobbiamo decidere qualcosa sul riscatto.

Forse in paese ancora non si sono accorti della sua sparizione. I genitori potrebbero pensare che abbia dormito da una zia o da qualche amico. Ma oggi si accorgeranno che manca.

Questa sera dobbiamo mandare un messaggio al padre per chiedere 2.000 dollari in cambio del bambino.

Proprio in quel momento sentiamo un urlo di guerra. Il Capo Rosso ha preso la fionda e lancia un sasso grande come un uovo. Io mi abbasso in tempo, ma Bill no.

Il sasso lo colpisce dietro l’orecchio sinistro, e lui cade a terra con un gemito, direttamente sul fuoco, dentro la padella con l’acqua bollente.

Lo tiro fuori e gli verso acqua fredda sulla testa per mezz’ora.

Quando finalmente si riprende, si tocca la ferita e mi guarda con occhi stanchi.

— Sam, sai chi è il mio personaggio preferito della Bibbia?

— Calmati — gli dico. — Presto starai meglio.

— Re Erode — risponde lui. — Sam, non mi lasci solo con lui, vero?

Mi avvicino al bambino, lo prendo per il colletto e lo scuoto fino a far tremare tutte le sue lentiggini.

— Se non ti comporti bene, ti riporto subito a casa! — gli dico.

— Stavo solo scherzando! — dice lui, facendo il broncio. — Non volevo fare male al mio prigioniero. Ma perché mi ha colpito?

— Se non vuoi tornare a casa, comportati bene — gli dico. — Ora vieni dentro, chiedi scusa a Bill e fate pace.

Lo costringo a stringere la mano a Bill. Poi gli dico che devo andare nel villaggio di Poplar Cove, a tre miglia da lì, per scoprire come stanno reagendo in città.

— Bill, devi tenerlo tranquillo fino al mio ritorno.

— Sam, io ho resistito a tutto nella mia vita — mi dice lui. — Terremoti, incendi, alluvioni, partite di poker, rapine in treno e cicloni. Ma da quando abbiamo rapito questo bambino, ho perso il controllo.

Però prima di partire, io e Bill scriviamo il biglietto per Ebenezer Dorset, il padre del bambino. Bill mi implora di abbassare la cifra da 2.000 a 1.500 dollari, perché non crede che nessuno pagherebbe così tanto per un ragazzino del genere.

Così scriviamo:

Signor Ebenezer Dorset,

Abbiamo suo figlio in un luogo lontano da Summit. Non cercatelo. L’unico modo per riaverlo è pagare 1.500 dollari in banconote di grosso taglio.

Se accettate, mandate una risposta scritta con un messaggero questa sera alle 20:30. Dovrà lasciare la lettera sotto un albero vicino a Owl Creek. Se tenterete qualsiasi trucco, non rivedrete più vostro figlio.

Se pagate, il bambino vi sarà restituito sano e salvo entro tre ore. Questi sono i nostri termini finali.

Due uomini disperati

 

Prendo il biglietto e lo metto in tasca. Mentre sto per partire, il Capo Rosso mi ferma.

— Ehi, Occhio di Serpente, avevi promesso che potevo giocare al “Grande Esploratore Nero”!

— Giocaci pure — gli dico. — Bill giocherà con te.

— Io sono il Grande Esploratore Nero — dice il bambino. — Devo cavalcare fino al forte per avvisare i coloni che stanno arrivando gli indiani!

— E Bill che ruolo ha? — chiedo io.

— Bill è il cavallo.

— Perfetto! — gli dico. — È un gioco tranquillo. Sono sicuro che Bill sarà felice di aiutarti.

— No, aspetta un momento! — protesta Bill.

— A quattro zampe, cavallo! — ordina il bambino.

Bill si mette a carponi, con uno sguardo da animale in trappola.

— Quanto è lontano il forte? — chiede con voce rassegnata.

— Novanta miglia! — risponde il bambino. — E devi galoppare più veloce che puoi!

Il bambino gli salta sulla schiena e gli pianta i talloni nei fianchi.

— Sam, per l’amor di Dio[4], torna presto! — mi supplica Bill.

Me ne vado verso Poplar Cove. Quando arrivo passo un po’ di tempo all’ufficio postale e al negozio, ascoltando la gente del posto. Un uomo con la barba dice che ha sentito che Summit è in subbuglio, perché il figlio di Ebenezer Dorset è scomparso. Questo è tutto quello che mi serve sapere. Compro un po’ di tabacco, fingo di interessarmi al prezzo dei fagioli, poi imbuco la nostra lettera. Il postino mi dice che il corriere partirà tra un’ora per portare la posta a Summit.

Torno alla caverna. Ma quando arrivo, Bill e il bambino non ci sono. Esploro i dintorni, chiamo Bill a gran voce, ma nessuno risponde. Mi siedo su un tronco e aspetto. Dopo mezz’ora, sento i cespugli muoversi. Bill esce barcollando, con il bambino che lo segue, camminando in silenzio come uno scout indiano.

Bill si ferma, si toglie il cappello e si asciuga il viso con un fazzoletto rosso. Il bambino si ferma a otto passi di distanza, con un sorrisetto malizioso.

— Sam — mi dice Bill con voce debole. — Lo so che penserai che sono un traditore, ma non ce la facevo più. Ho riportato il bambino a casa. L’ho lasciato sulla strada per Summit e gli ho dato un calcio per farlo andare più veloce.

Rimane un attimo in silenzio e poi continua: — Sam, ho vissuto tanti pericoli nella mia vita. Ho affrontato rapine in treno, terremoti, incendi, inondazioni, persino tornei di poker con bari professionisti. Ma niente è stato difficile quanto sopportare questo bambino. È stato troppo.

Io lo fisso.

— Bill... — gli dico. — Sei sicuro che il bambino è tornato a casa?

— Certo! — mi risponde. — L’ho visto correre verso casa sua.

— Allora girati e guarda dietro di te.

Bill si volta. Il bambino è ancora lì, con lo stesso sorrisetto divertito. Bill diventa bianco come un fantasma. Poi si siede per terra e comincia a strappare fili d’erba, senza dire una parola. Per un’ora ho paura che stia per impazzire. Alla fine gli dico: — Bill, dobbiamo concludere questa storia il prima possibile. Prendiamo il riscatto stanotte e scappiamo.

Bill si riprende un po’ e riesce a sorridere debolmente al bambino, promettendogli di giocare con lui a “La guerra tra Russia e Giappone” non appena si sentirà meglio.

Alle 20:30 sono nascosto sopra un albero, vicino al punto in cui Ebenezer deve lasciare la risposta. Il posto è vicino a una recinzione, in un campo aperto. Se i poliziotti volessero tendere un’imboscata, li vedrei da lontano. Proprio all’ora stabilita, un ragazzino arriva in bicicletta, lascia un biglietto dentro una scatola ai piedi di un albero e poi pedala via. Aspetto un’ora, poi scendo dall’albero, prendo il biglietto e torno alla caverna. Accendo una lanterna e leggo ad alta voce il messaggio di Ebenezer Dorset:

Cari due uomini disperati,

Ho ricevuto la vostra lettera. Penso che la cifra che chiedete sia troppo alta. Vi faccio una controproposta, che credo accetterete: voi riportate mio figlio a casa e mi pagate 250 dollari, e io prometto di prendermelo di nuovo.

Vi consiglio di venire di notte, perché i vicini credono che sia scomparso e non garantisco per la vostra sicurezza se vi vedono riportarlo indietro.

Con rispetto,

Ebenezer Dorset

 

— Che cosa?! — esclamo.

Guardo Bill. Nei suoi occhi c’è un’espressione di speranza e disperazione insieme.

— Sam — mi dice — che cos’è in fondo 250 dollari? Abbiamo abbastanza soldi. Un’altra notte con questo bambino e finisco in manicomio.

Sospiro. — Sai una cosa, Bill? — gli dico. — Anche io non ne posso più.

Quella notte, riportiamo il bambino a casa. Gli diciamo che suo padre gli ha comprato un fucile d’argento e un paio di mocassini e che domani andremo a caccia di orsi.

Appena arriviamo alla porta di casa di Dorset, il bambino capisce che lo stiamo lasciando e inizia a strillare come una sirena, attaccandosi alla gamba di Bill come una sanguisuga.

Il padre lo stacca lentamente, pezzo per pezzo, come si fa con un cerotto.

— Per quanto tempo puoi trattenerlo? — chiede Bill, ansimando.

— Non sono più forte come una volta — risponde Ebenezer. — Ma penso di poterlo tenere per dieci minuti.

— Bene! — dice Bill. — In dieci minuti attraverserò gli Stati Uniti correndo dritto verso il confine con il Canada.

E, nonostante sia buio e Bill sia grasso, quando finalmente riesco a raggiungerlo, è già un miglio e mezzo più avanti di me.

 

[1] un momento di follia temporanea: un atto compiuto senza riflettere

[2] affarucci: un termine colloquiale per indicare affari poco puliti, piccole truffe.

[3] Mi farà lo scalpo: fare lo scalpo è una pratica attribuita agli indiani d’america che consisteva nel tagliare il cuoio capelluto ai nemici

[4] per l’amor di Dio: espressione che indica una supplica