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Il racconto è un estratto del libro "Le novelle di Pirandello"

 

Anche quest’anno ci sarà una grande produzione di olive. Le piante sono cariche come l’anno scorso, nonostante la nebbia durante la fioritura.

Don Lollò[1] Zirafa, che ha molti olivi nel suo podere[2] a Primosole, sa che le cinque giare vecchie che ha in cantina non bastano per tutto l’olio della nuova raccolta. Così, ordina in tempo una sesta giara più grande a Santo Stefano di Camastra[3], dove le fabbricano. Alta come un uomo, grande e imponente, sembra la regina delle altre cinque.

Come al solito, quando ordina la giara, litiga anche con il fabbricante. Don Lollò Zirafa litiga sempre con tutti. Per ogni piccola cosa, come una pietra che cade dal muretto o un filo di paglia. Subito chiede di sellare[4] la mula per andare in città dall’avvocato. Così, tra pagare gli avvocati, spese legali, denuncia questo e denuncia quello, alla fine rischia il fallimento.

Dicono che l’avvocato si è stancato di vederlo in continuazione. Per questo gli ha regalato un piccolo libro. È il codice civile. In questo modo può cercare da solo le leggi per le cause che vuole fare.

Prima, quando litigava con qualcuno, per prenderlo in giro gli gridavano: «Sellate la mula!» Ora, invece, gli dicono: «Aprite il codice!»

E don Lollò risponde: — Certo, e vi fulmino tutti quanti!

La nuova giara, pagata quattro onze[5], viene sistemata nel palmento[6] in attesa di trovare un posto in cantina. Una giara così grande non si è mai vista. Vederla in quel posto buio, senza aria fa veramente pena.

Da due giorni è iniziata la raccolta delle olive, e Don Lollò è sempre agitato. Tra i lavoratori che raccolgono le olive e i mulattieri[7] che portano il concime, non sa a chi badare prima. Bestemmia e minaccia tutti, o perché secondo lui mancano delle olive (come se le avesse contate), oppure perché i mucchi di concime non sono tutti uguali.

Alla fine del terzo giorno, tre contadini che avevano raccolto le olive entrano nel palmento per posare le scale e le canne[8]. Vedono la giara nuova, con un grande pezzo che si è staccato. Come se qualcuno l’avesse tagliata, separando tutta la parte davanti.

— Guardate! Guardate! — Chi sarà stato? — Oh no! E ora chi lo sente Don Lollò? La giara nuova, che peccato!

Il primo, più spaventato, dice: — Chiudiamo la porta e andiamo via. Lasciamo le scale e le canne fuori, appoggiate al muro.

Ma il secondo dice: — Siete pazzi? Con Don Lollò? Potrebbe pensare che l’abbiamo rotta noi. Restiamo qui!

Esce fuori dal palmento e, mettendo le mani ai lati della bocca, chiama: — Don Lollò! Ah, Don Lollòoo!

Lui è giù sotto la collina con gli uomini che scaricano il concime. Gesticola come sempre, arrabbiato, e si sistema continuamente il cappello bianco. A volte lo spinge talmente tanto da non riuscire più a toglierlo. Il cielo è ormai scuro e nella pace della sera i gesti di quell’uomo arrabbiato sono ancora più evidenti.

— Don Lollò! Ah, Don Lollòoo!

Quando vede il danno, sembra impazzire. Si scaglia contro i tre uomini, ne prende uno per la gola e lo spinge contro il muro gridando: — Maledizione! Me la pagherete!

Gli altri due lo afferrano, e Don Lollò, furioso, si colpisce da solo. Getta il cappello a terra, si dà schiaffi e urla disperato come uno che piange il morto[9]: — La giara nuova! Quattro onze di giara! Neanche usata!

Vuole sapere chi l’ha rotta! Possibile che si sia rotta da sola? Qualcuno deve averla rotta, per invidia! Ma quando? Ma come? Non ci sono segni di violenza! Forse è arrivata rotta dalla fabbrica? No, suonava come una campana[10]!

Quando i contadini vedono che si calma un po’, gli dicono di stare tranquillo. La giara si può aggiustare. Non è così male. È solo un pezzo da rimettere al suo posto. Un bravo riparatore la sistema come nuova. C’è proprio Zi’ Dima Licasi, che ha un mastice[11] speciale. È un mastice segreto. Questo mastice, una volta applicato, è così forte che nemmeno un martello riesce a staccarlo. Se Don Lollò vuole, Zi’ Dima Licasi può venire domani all’alba e in poco tempo la giara sarà come nuova.

Don Lollò all’inizio dice di no, che è tutto inutile, che non c’è rimedio. Ma alla fine si lascia convincere, e il giorno dopo, all’alba, Zi’ Dima Licasi arriva puntuale con i suoi attrezzi.

È un vecchio tutto storto e nodoso, come il tronco di un olivo saraceno[12]. Non parla quasi mai. Malumore e tristezza hanno messo le radici in quel corpo deforme. E non si fida di nessuno, perché nessuno sa apprezzare il suo talento di inventore.

Zi’ Dima Licasi è un uomo che lascia parlare il suo lavoro. Inoltre guarda continuamente davanti e di dietro per non farsi rubare il suo segreto.

— Fatemi vedere quel mastice — dice Don Lollò, dopo averlo osservato con sospetto.

Zi’ Dima, con un atteggiamento molto fiero, fa segno di no con la testa e dice:

— Si vedrà durante il lavoro.

— Funzionerà?

Zi’ Dima posa la cesta a terra, tira fuori un grosso fazzoletto rosso, vecchio e consumato, e inizia a srotolarlo piano piano.

— Guardate! Guardate! — esclama uno dei lavoratori, — Zi’ Dima sta per tirare fuori il mastice.

Tutti trattengono il fiato mentre lo guardano con curiosità. Alla fine, tira fuori un paio di occhiali rotti e legati con lo spago. Lui sospira e gli altri ridono. Ma Zi’ Dima non ci fa caso. Si pulisce le dita, si mette gli occhiali, e poi inizia a osservare attentamente la giara sull’aia[13].

— Verrà bene.

— Però solo col mastice non mi fido. Ci voglio anche i punti.

— Me ne vado — risponde Zi’ Dima offeso. Si alza e si mette la cesta sulle spalle.

Don Lollò lo afferra per un braccio.

— Dove credi di andare? Guarda che arie da Carlo Magno[14]. Miserabile e pezzo d’asino, ci devo mettere l’olio là dentro. E l’olio trasuda[15]! Una spaccatura così lunga la vuoi tenere solo col mastice? Ci voglio i punti. Mastice e punti. Comando io.

Zi’ Dima chiude gli occhi, stringe le labbra e scuote il capo. Sempre così! Non riesce mai a fare un lavoro pulito, a regola d’arte, con il suo mastice prodigioso[16].

— Se la giara — dice — non suona di nuovo come una campana…

— Non voglio sentire niente, — lo interrompe Don Lollò. — I punti! Pago mastice e punti. Quanto vi devo dare?

— Se metto solo il mastice…

— Ancora... Accidenti che testa! — esclama lo Zirafa. — Che lingua parlo? V’ho detto che ci voglio i punti. Basta. Non ho tempo da perdere. Ci metteremo d’accordo a lavoro finito. — E se ne va a controllare i suoi uomini.

Zi’ Dima si mette al lavoro, arrabbiato e scontento. La rabbia cresce mentre fa i buchi nella giara, intorno alla parte rotta per far passare il filo di ferro. Accompagna il rumore del trapano con grugniti[17] sempre più forti e con il viso verde e gli occhi rossi per la rabbia.

Appena finisce i buchi, lancia con furia il trapano nella cesta. Poi avvicina la parte rotta alla giara per controllare se i buchi corrispondono. Alla fine, con le tenaglie, taglia tanti pezzi di filo di ferro quanti sono i buchi in cui deve passarli. Poi chiama uno dei contadini per aiutarlo. — Coraggio, Zi’ Dima! — gli dice quello, vedendo la sua faccia arrabbiata

Zi’ Dima prende la scatola di latta che contiene il mastice. Con un bellissimo gesto di grande solennità[18], alza la scatola verso il cielo, come fa il prete con il calice delle ostie prima della comunione. Una donna che lo osserva si fa il segno della croce. Zi’ Dima sembra voler offrire il mastice a Dio, dato che gli uomini non vogliono riconoscere il suo grande valore. Poi, con molta delicatezza, comincia a spalmarlo tutt’intorno alla spaccatura. Alla fine, dopo aver preso le tenaglie e i pezzetti di fil di ferro, entra nella pancia aperta della giara e ordina al contadino di chiudere la giara con il pezzo staccato. Prima di cominciare a dare i punti:

— Tira! — dice dall’interno della giara al contadino. — Tira con tutta la tua forza! Vedi se si stacca più? Maledetti quelli che non ci credono! Picchia, picchia! Suona, sì o no, come una campana anche con me qua dentro? Va’, va’ a dirlo al tuo padrone!

— Chi sta sopra comanda, Zi’ Dima, — sospira il contadino — e chi sta sotto si dispera! Adesso potete mettere i punti.

E Zi’ Dima comincia a far passare ogni pezzetto di filo di ferro attraverso i due fori vicini della saldatura. Poi, con le tenaglie, attorciglia le due estremità. Ci vuole un’ora per passarli tutti. Dentro la giara il sudore scorre come una fontana. Mentre lavora, si lamenta della sua sfortuna. E il contadino, da fuori, cerca di consolarlo. — Ora aiutami a uscire, — dice alla fine Zi’ Dima.

 

 

Purtroppo la giara ha la pancia molto larga e il collo molto stretto. Zi’ Dima, a causa della rabbia che aveva, non ci ha fatto caso. Ora, prova e riprova, non trova più il modo di uscirne. E il contadino invece di aiutarlo è per terra che si contorce dalle risate. Il vecchio è rimasto imprigionato nella stessa giara che ha riparato. Ora, per farlo uscire, bisogna romperla di nuovo, e questa volta per sempre. Nel sentire le risate e le grida, arriva anche Don Lollò. Zi’ Dima, dentro la giara, è come un gatto inferocito.

— Fatemi uscire! — urla. — Corpo di Dio, voglio uscire! Subito! Aiutatemi!

Don Lollò rimane dapprima come stordito. Non riesce a credere ai suoi occhi.

— Ma come? Là dentro? Si è cucito là dentro?

Si accosta alla giara e grida al vecchio:

— Aiuto? E che aiuto posso darvi io? Vecchiaccio stupido, ma come? Non dovevate prendere prima le misure? Su, provate: fuori un braccio… così! E la testa… su… no, piano! Che! giù… aspettate! così no! giù, giù… Ma come avete fatto? E la giara, adesso? Calma! Calma! Calma! — comincia a dire a tutti di stare calmi, anche se l’unico a perdere la calma è proprio lui... — Mi scoppia la testa! Calma! Questo è una cosa nuova… La mula!

Picchia con le nocche delle dita sulla giara. Suona davvero come una campana.

— Bella! Rimessa a nuovo… Aspettate! — dice al prigioniero. — Vai a sellarmi la mula! — ordina al contadino. E grattandosi con tutte le dita la fronte, seguita a dire tra sé: — Ma vedete un po’ che mi capita! Questa non è una giara! Questo è uno strumento del diavolo! Fermo! Fermo lì!

E corre a tenere la giara che rischia di rovesciarsi poiché Zi’ Dima, furibondo, si dibatte come una bestia in trappola.

— Questo è un caso nuovo che deve risolvere l’avvocato! Io non mi fido. La mula! La mula! Vado e torno, abbiate pazienza! Nell’interesse vostro… Intanto, piano! calma! Io devo salvaguardare i miei diritti. E prima di tutto faccio il mio dovere. Ecco: vi pago il lavoro, vi pago la giornata. Cinque lire. Vi bastano?

— Non voglio nulla! — grida Zi’ Dima. — Voglio uscire.

— Uscirete. Ma io, intanto, vi pago. Ecco qua, cinque lire.

Prende i soldi dal taschino del panciotto e li butta nella giara. Poi domanda, premuroso:

— Avete fatto colazione? Pane e companatico, subito! Se non lo volete lo buttate ai cani. Per me l’importante è darvelo.

Ordina di dare a Zi’Dima qualcosa da mangiare. Monta in sella, e via al galoppo verso la città. Gesticola in modo talmente strano da sembrare uno che sta andando da solo a chiudersi in manicomio.

Per fortuna dall’avvocato non deve fare la fila e viene ricevuto subito. Ma deve aspettare a lungo, prima che l’avvocato finisca di ridere dopo aver sentito la storia.

— Che c’è da ridere, scusi? A Vossignoria[19] non brucia! La giara è mia!

Ma l’avvocato continua a ridere e vuole che gli racconti nuovamente il caso per divertirsi ancora.

— Dentro, eh? S’è cucito dentro? E lei, don Lollò che pretendeva? Te… tene… tenerlo là dentro… ah ah ah… ohi ohi ohi… tenerlo là dentro per non perderci la giara?

— La devo perdere? — domanda lo Zirafa con i pugni stretti. — Il danno e la vergogna?

— Ma sapete come si chiama questo? — gli dice infine l’avvocato. — Si chiama sequestro di persona!

— Sequestro? E chi l’ha sequestrato? — esclama lo Zirafa. — Si è sequestrato da solo! Che colpa ne ho io?

 

 

L’avvocato allora gli spiega che sono due casi. Da una parte, Don Lollò deve subito liberare il prigioniero per non essere accusato di sequestro di persona; dall’altra, il conciabrocche[20] deve rispondere del danno causato dalla sua incompetenza o dalla sua distrazione.

— Ah! — sospira lo Zirafa. — Quindi mi deve pagare la giara!

— Piano! — osserva l’avvocato. — Ma non il prezzo intero!

— E perché?

— Ma perché era rotta, e ovvio!

— Rotta? Nossignore. Ora è aggiustata. Meglio che aggiustata, lo dice lui stesso! E se ora torno a romperla, non potrò più farla aggiustare. Giara perduta, signor avvocato!

L’avvocato gli assicura che di questo verra tenuto conto, e di farla pagare per quello che vale adesso.

— Anzi — gli consiglia — fatela stimare da lui stesso.

— Bacio le mani[21] — dice Don Lollò, andando via di corsa.

Di ritorno, verso sera, trova tutti i contadini che scherzano intorno alla giara abitata. Si diverte anche il cane di guardia, che salta e abbaia. Zi’ Dima si è calmato e, non solo, ma ha cominciato a divertirsi per la sua strana avventura e ride con l’amara allegria di chi è triste.

Lo Zirafa fa spostare tutti e si sporge per guardare dentro la giara.

— Ah! Ci stai bene?

— Benissimo. Al fresco — risponde quello. — Meglio che a casa mia.

— Mi fa piacere. Intanto ti avverto che questa giara mi è costata quattr’onze nuova. Quanto credi che possa valere adesso?

— Compreso me che sono qui dentro? — domanda Zi’ Dima.

I lavoratori ridono.

— Silenzio! — grida lo Zirafa. — O il tuo mastice serve a qualche cosa, o non serve a nulla. Se non serve a nulla tu sei un imbroglione. Se serve a qualche cosa, la giara, così com’è, deve avere il suo prezzo. Che prezzo? Stimala tu.

Zi’ Dima rimane un pezzo a riflettere, poi dice:

— Rispondo. Lei non ha voluto farmela riparare solo con il mastice, come dicevo io. Altrimenti il suo valore sarebbe lo stesso. Invece, con questi puntacci di ferro che ho dovuto mettere, vale al massimo un terzo di quanto valeva prima.

— Un terzo? — domanda lo Zirafa. — Un’onza e trentatré?

— Forse di meno. Non di più.

— Bene, — dice Don Lollò. — Prendo per buona la tua parola. Dammi un’onza e trentatré.

— Cheeee? — fa Zi’ Dima, come uno che non ha sentito bene.

— Rompo la giara per farti uscire, — risponde Don Lollò — e l’avvocato mi ha detto che tu me la paghi quanto l’hai stimata: un’onza e trentatré.

— Io pagare? — sghignazza[22] Zi’ Dima. — Vossignoria scherza! Piuttosto qua dentro ci faccio i vermi[23].

E, con qualche difficoltà, tira fuori di tasca un pipa , l’accende e inizia a fumare, facendo uscire il fumo dal collo della giara.

Don Lollò ci resta male. Zi’Dima che non vuole uscire dalla giara è un altro caso. Né lui né l’avvocato l’avevano previsto. E adesso come si risolve?

Sta quasi per dire: — La mula —, ma pensa che è già sera.

— Ah, sì — dice. — Tu vuoi abitare nella mia giara? Qui sono tutti testimoni! Non vuole uscirne lui, per non pagarla; io sono pronto a romperla! Intanto, poiché vuole stare lì, domani io lo cito per alloggio abusivo[24] e perché mi impedisce l’uso della giara.

Zi’ Dima caccia prima fuori un’altra boccata di fumo, poi risponde tranquillo:

— Nossignore. Non voglio impedire niente, io. Sto forse qua per piacere? Mi faccia uscire, e me ne vado volentieri. Pagare… non ci penso proprio!

Don Lollò, preso da un impeto di rabbia, alza una gamba e sta per dare un calcio alla giara. Ma si trattiene; la prende invece con le mani e comincia a scuoterla.

— Vede che mastice? — gli dice Zi’ Dima.

— Delinquente! — urla allora lo Zirafa. — Chi ha fatto l’errore, io o tu? E devo pagarlo io? Muori di fame là dentro! Vediamo chi la vince!

E se ne va, non pensando alle cinque lire che gli ha buttato prima dentro la giara. Con quei soldi Zi’ Dima decide di far festa con i lavoratori che hanno fatto tardi e sono rimasti a passare la notte in sua compagnia. Uno va a fare la spesa in una taverna lì vicino. Intanto appare una luna talmente luminosa da sembrare giorno.

Nel frattempo Don Lollò, che è andato a dormire, viene svegliato da un baccano infernale. S’affaccia a un balcone della cascina, e vede nell’aia, sotto la luna, tanti diavoli. I lavoratori ubriachi tenendosi per mano, ballano attorno alla giara. Zi’ Dima invece, canta a squarciagola.

Questa volta Don Lollò non riesce più a trattenersi: si lancia come un toro infuriato e, prima che gli altri possano fermarlo, con una forte spinta fa rotolare la giara giù per la collina. La giara si spacca contro un olivo, tra le risate dei contadini.

E Zi’ Dima vince.

 

 


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Le novelle di Pirandello

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[1] Lollò: è il diminutivo di Calogero.

[2] podere: terreno usato per coltivare.

[3] Santo Stefano di Camastra: una città in Sicilia famosa per la produzione di ceramiche.

[4] sellare: mettere la sella su un animale, come un cavallo o una mula.

[5] onze: moneta antica usata in Sicilia. Era d’oro e pesava quasi esattamente un’oncia. Quindi corrispondeva circa a un’oncia d’oro.

[6] palmento: un locale all’interno di una fattoria dove si schiacciano le olive per fare l’olio o l’uva per fare il vino.

[7] mulattieri: persone che portano merci con i muli.

[8] le scale e le canne: le canne si usavano per battere i rami degli alberi e far cadere le olive. Le scale servivano per salire sugli alberi e raggiungere i rami più alti.

[9] come uno che piange il morto: all’epoca, in Sicilia e in gran parte dell’Italia meridionale, era comune piangere in modo molto teatrale ai funerali, con urla, gesti di disperazione e lamenti forti. Questo mostrava pubblicamente il dolore e serviva per onorare il defunto. A volte, delle donne erano pagate per farlo.

[10] suonava come una campana: questo significava che la giara era ben fatta e senza crepe.

[11] mastice: una colla molto forte per riparare o incollare oggetti di ceramica, vetro, gomma e altro.

[12] olivo saraceno: un tipo di albero di olivo molto antico, contorto e pieno di nodi.

[13] aia: uno spazio aperto all’interno di una fattoria, dove si fanno i lavori.

[14] arie da Carlo Magno: atteggiamento presuntuoso, come se fosse un grande re.

[15] trasuda: quando un liquido passa attraverso una superficie.

[16] prodigioso: straordinario, molto speciale, che riesce a fare cose che sembrano miracoli.

[17] grugniti: i versi che fa il maiale.

[18] solennità: indica qualcosa di molto importante e serio.

[19] Vossignoria: forma ridotta di Vostra Signoria, usata in Sicilia. È un modo formale e rispettoso di rivolgersi a qualcuno

[20] conciabrocche: persona che ripara oggetti rotti, come vasi o giare. È un lavoro che ormai non esiste più.

[21] Bacio le mani: un vecchio modo di salutare in Sicilia.

[22] sghignazza: ridere in modo cattivo o sarcastico.

[23] ci faccio i vermi: espressione usata per dire che si preferisce rimanere in una situazione all’infinito, fino a morire e decomporsi.

[24] alloggio abusivo: vivere in un luogo senza permesso legale.