Il testo è un estratto del libro Le tigri di Mompracem (Edizione semplificata per stranieri)

 

pdf1. I PIRATI DI MOMPRACEM

La notte del 20 dicembre 1849, un uragano violento si abbatte sull’isola di Mompracem[1]. È un luogo selvaggio nel mare della Malesia, vicino alle coste del Borneo, abitato da feroci pirati. Il vento trascina grandi nuvole nere nel cielo. La pioggia cade con forza sulle foreste scure dell’isola. Il mare è in tempesta: onde enormi si scontrano con violenza e il loro rumore si unisce a quello dei tuoni, a volte brevi e secchi, a volte lunghi e profondi. Tutto è buio: le capanne vicino alla baia, le fortificazioni e anche le navi ancorate[2] sotto le scogliere.

Ma sulla cima di una rupe[3] ci sono due piccole luci lontane. Sono due finestre illuminate. Lassù, in mezzo a trincee[4] rotte e palizzate[5] cadute, c’è una grande capanna. È robusta e, sopra il tetto, sventola una bandiera rossa con la testa di una tigre.

Dentro la capanna c’è una stanza illuminata. Le pareti sono coperte da stoffe rosse e tappeti consumati. Al centro c’è un tavolo con bicchieri e bottiglie. Negli angoli ci sono scaffali rotti pieni di oggetti preziosi. Ci sono armi, gioielli, vestiti eleganti, tappeti arrotolati[6] e mobili rovinati. Un divano ha le frange[7] strappate, un vecchio armonium[8] è abbandonato in un angolo. Tutto è in disordine, ma la stanza ha ancora un aspetto ricco e misterioso.

Su una poltrona traballante[9] è seduto un uomo. È alto, con spalle larghe e braccia forti. Ha un viso olivastro[10], una barba nera e dei capelli lunghi. Da qualche minuto è fermo, guarda fisso[11] la lampada.

Un tuono molto forte scuote la capanna. L’uomo si muove, passa la mano tra i capelli, sistema il suo turbante e si alza in piedi.

— È mezzanotte — dice a bassa voce — e non è ancora tornato.

Beve lentamente un bicchiere di liquore color ambra. Poi apre la porta, esce tra le trincee davanti alla capanna e va nella direzione della rupe. Davanti a lui il mare è in tempesta. Le onde si alzano, si rompono e riempiono l’aria di rumori profondi. Il vento soffia forte e porta l’odore del sale e delle foreste bagnate. Ogni tanto un lampo illumina il mare fino all’orizzonte. Scruta[12] attentamente ma non vede niente.

Rientra nella capanna e va verso l’armonium. Inizia a suonare una triste melodia. Ma all’improvviso gira la testa verso la porta. Forse ha sentito un rumore. Esce dalla capanna e torna sulla rupe.

Quando un lampo illumina il mare, vede una piccola nave entrare nella baia. Le vele sono quasi abbassate.  L’uomo prende un fischietto d’oro e lancia tre fischi forti. Poco dopo, qualcuno risponde con tre fischi.

— È lui — dice piano, con un misto di sollievo[13] e tensione — Finalmente è arrivato.

Dopo cinque minuti, un uomo con un mantello bagnato arriva davanti alla capanna.

— Yanez! — esclama l’uomo col turbante, mentre lo abbraccia.

— Sandokan! — risponde l’altro con un accento straniero — Che notte terribile, fratello mio.

— Vieni dentro, presto.

Passano le trincee e rientrano nella stanza illuminata. Chiudono la porta. Sandokan prende due bicchieri e versa da bere. Offre un bicchiere allo straniero, che ha tolto il mantello e la carabina.

— Bevi, caro Yanez. Ne hai bisogno.

— Alla tua salute, Sandokan.

— Alla tua.

Bevono e si siedono al tavolo. Yanez ha circa trentatré o trentaquattro anni, un po’ più di Sandokan. È di statura media, robusto, con pelle chiara, occhi grigi e un volto regolare. Ha labbra sottili e un’espressione decisa. Viene dal Portogallo e ha tutto l’aspetto di un europeo.

— Allora, Yanez? — chiede Sandokan, agitato — Hai visto la ragazza?

— No, purtroppo non l’ho vista. Ma sono riuscito ad avere qualche informazione.

— Cosa hai saputo su di lei?

— Tutti dicono che è molto bella. Una di quelle difficili da dimenticare. Ha i capelli biondi, gli occhi azzurri, la pelle molto chiara. Una sera, mentre camminava nei boschi, Alamba — sì, proprio lui — è rimasto lì, a contemplare[14] la bellezza della ragazza, con il rischio di farsi prendere dagli inglesi.

Sandokan non risponde, ma il suo sguardo diventa più profondo.

— Sai a quale famiglia appartiene?

— Alcuni dicono che è figlia di un colono. Altri parlano di un lord. Qualcuno giura che è parente del governatore di Labuan.

— Non è una ragazza qualunque — dice Sandokan, con lo sguardo perso[15].

Si alza, cammina lentamente verso l’armonium, tocca i tasti senza suonare, poi torna al tavolo e appoggia le mani sul legno.

— Cos’altro hai visto a Labuan? Ci sono novità.

— Gli inglesi fanno dei preparativi. Costruiscono nuove difese, rafforzano la guarnigione[16].

— Pensi che sia a causa mia?

— Certo. Dicono che devono fermarti a ogni costo. Sono disposti a sacrificare navi e uomini, pur di vederti impiccato[17].

Sandokan lo fissa. Il volto è diventato duro, gli occhi sono freddi.

— Sai che non sono stato io a cominciare questa guerra. Vivevo in pace, ero un principe. Loro sono arrivati all’improvviso. Mi hanno cacciato, umiliato, hanno distrutto il mio regno. Hanno massacrato tutta la mia famiglia. Mia madre, i miei fratelli. Io non li avevo mai attaccati. Ma loro invece sì. Da allora da me possono avere solo la morte.

Sandokan resta in silenzio per qualche secondo, poi aggiunge:

— Spero che qualcuno ricordi che non sono stato solo un uomo crudele.

— Non qualcuno — dice Yanez — In tanti sanno che hai salvato donne, hai difeso tribù dai soldati violenti, hai aiutato marinai nei naufragi. Le persone che vivono nelle isole sanno chi sei, e per loro sei un eroe e un benefattore.

Poi sorride leggermente e abbassa la voce:

— Ma adesso, fratello mio, che intenzioni hai?

Sandokan non risponde. Cammina lentamente nella stanza, con le braccia incrociate e lo sguardo a terra. Yanez lo guarda in silenzio, senza capire cosa pensa.

— Sandokan — dice dopo un po’ — a cosa stai pensando?

Il pirata si ferma, lo guarda, ma non parla. Yanez si alza, accende una sigaretta e va verso una porta nascosta dietro le tende.

— Va bene. Buonanotte, fratello mio. Vado a dormire.

A quelle parole, Sandokan si scuote[18]. Alza una mano, come per fermarlo.

— Aspetta. Devo dirti una cosa, Yanez.

— Dimmi.

— Voglio andare a Labuan.

— Tu? Dimmi che stai scherzando. Vuoi davvero andare lì?

— Perché? Questo ti sorprende?

— Sandokan, tu sei troppo impulsivo. In questo momento bisogna essere prudenti. Gli inglesi stanno pattugliando le acque. Ho visto una nave da guerra avvicinarsi: era piena di uomini e armi. Basta un piccolo errore, e ci attaccano.

— So come affrontarli — dice Sandokan, mentre stringe i pugni.

— Sì, certo. Tu sei un guerriero. Forse vincerai. Ma se non ti uccidono, ne arriveranno altri. Tu sei forte, Sandokan, ma anche tu rischi di morire.

Sandokan si muove di scatto, come per alzarsi, poi si ferma. Siede al tavolo, prende una tazza ancora piena e la beve tutta in un sorso. Quando parla di nuovo, la voce è più calma:

— Hai ragione, Yanez. Ma domani andrò lo stesso a Labuan. Sento una forza che mi chiama. Devo assolutamente vedere quella ragazza.

— Ma Sandokan…

— Basta così, fratello. È tardi. Andiamo a dormire.

 

2. LA PARTENZA

Appena il sole sorge, Sandokan esce dalla capanna. È pronto a partire. Indossa stivali di pelle, pantaloni larghi e una giacca con frange. Ha una carabina a tracolla[19], una scimitarra[20] alla cintura e, sulla schiena, un kriss[21] dalla lama ondulata.

Si ferma sulla rupe e guarda il mare calmo. Davanti a lui c’è l’est.

Pensa a quella donna dagli occhi azzurri. La sogna ogni notte.

Scuote la testa e scende la scaletta che porta alla spiaggia. Yanez lo aspetta.

— Tutto è pronto — dice Yanez — Ho fatto preparare le due navi migliori. Hanno anche due grosse spingarde[22].

— E gli uomini?

— Sono tutti sulla spiaggia, divisi in gruppi. I capi sono con loro. Devi solo scegliere chi portare.

— Va bene.

— Sandokan... è una missione rischiosa.

— Lo so. Ma non posso tirarmi indietro.

— Promettimi una cosa. Non appena avrai visto quella ragazza, torna subito indietro.

— Te lo prometto.

Yanez abbassa lo sguardo.

— Forse era meglio non dirti niente.

— Non ci pensare. Andiamo.

Attraversano un terreno piano protetto da trincee e mura, poi scendono verso la baia.

Dodici praho[23] ondeggiano sull’acqua. Vicino alle capanne ci sono centinaia di uomini che aspettano in silenzio. Vengono da luoghi diversi, ma combattono insieme da anni.

Quando Sandokan si avvicina, il gruppo si muove. Alcuni alzano lo sguardo, altri stringono le armi. Lui li guarda in silenzio, serio. Poi annuisce[24], soddisfatto.

— Patan, vieni avanti.

Un malese alto e forte si avvicina con passo calmo. Ha un gonnellino rosso e piume sulla testa.

— Quanti siete nella tua squadra?

— Cinquanta, Tigre della Malesia.

— Tutti pronti?

— Tutti presenti e armati.

— Falli salire su quei due praho. Metà va con Giro-Batol.

Patan annuisce e si allontana. La sua squadra lo segue in silenzio. Sono uomini esperti e abituati a eseguire gli ordini con disciplina.

— Vieni, Yanez — dice Sandokan.

Stanno per raggiungere la spiaggia, quando un uomo arriva di corsa. È basso, robusto, ansima.

— Che succede, Kili-Dalù? — chiede Yanez.

— Siamo appena arrivati dalla costa sud. Abbiamo visto una giunca[25] grande, diretta verso le isole Romades. È piena di merci.

Sandokan annuisce.

— Bene. Possiamo raggiungerla in tre ore.

— Poi vai a Labuan? — chiede Yanez.

— Sì. Vado direttamente lì.

Si fermano accanto a una barca a remi. Quattro uomini sono già a bordo.

— A presto, fratello — dice Sandokan.

— Sta’ attento — risponde Yanez.

— Lo sono sempre.

— Buona fortuna.

Sandokan sale. Con pochi colpi di remi l’imbarcazione raggiunge i due praho. Dalla spiaggia si alza un grido:

— Evviva la Tigre della Malesia!

— Si parte — ordina Sandokan.

Alzano le vele e le due navi cominciano a scivolare sull’acqua molto velocemente. Non sono navi comuni. Sandokan e Yanez le hanno fatte modificare per essere veloci e per delle manovre rapide.

Hanno rinforzato la parte davanti e hanno allungato il fondo per renderle più stabili. Gli alberi sono flessibili, le vele resistenti. Tutto è pensato per manovrare[26] in fretta.

Hanno tolto alcune parti ingombranti e hanno aperto passaggi per usare i remi anche in combattimento. Ogni nave ha un ponte[27] largo, senza ostacoli, dove gli uomini possono muoversi facilmente.

Le Romades sono ancora lontane. Ma appena arriva la voce che una giunca è stata vista da Kili-Dalù, l’equipaggio[28] si muove. I due cannoni e le spingarde vengono caricati con attenzione. Sul ponte compaiono proiettili, granate, fucili, sciabole, asce. Ai lati fissano i rampini[29], per agganciarsi alla nave nemica.

Gli uomini si spargono sui ponti. Alcuni salgono sulle corde dell’albero[30], altri restano sui bordi o in alto, in equilibrio. Tutti sono attenti. Vogliono vedere per primi la giunca. Sperano sia carica di merce, come spesso succede con le navi provenienti dalla Cina. Anche Sandokan è teso. Cammina avanti e indietro, stringe la scimitarra e guarda fisso il mare.

Alle dieci del mattino, Mompracem scompare dietro l’orizzonte. Davanti a loro c’è solo acqua. Nessuna isola, nessuna nave. Gli uomini si agitano, controllano le armi, lucidano i kriss e le lame. L’attesa è lunga.

 

3.     LA GIUNCA DEL RAJAH BROOKE

Poi, poco dopo mezzogiorno, una voce arriva dall’alto.

— Ehi! Guarda a sinistra! Sottovento[31]!

Sandokan si blocca. Controlla prima il ponte della sua nave, poi quello di Giro-Batol.

— Tigrotti! Ai vostri posti di combattimento!

I pirati reagiscono subito. Si mettono in posizione senza esitare.

— Ragno di Mare! Che vedi?

— Una vela, Tigre.

— È una giunca?

— Sì. Ne sono sicuro.

Sandokan aggrotta la fronte[32].

— Preferisco assalire le navi europee. I cinesi non sono miei nemici.

Riprende a camminare in silenzio. Trenta minuti dopo, i due praho si sono avvicinati.

— Capitano! — grida Ragno di Mare — Ci hanno visti. La giunca sta cambiando rotta!

— Giro-Batol! Manovra! Dobbiamo tagliare la strada a quell’imbarcazione!

Le due navi si separano, poi girano in semicerchio e puntano verso il bersaglio. È una giunca che trasporta merci. Grossa, lenta, con prua[33] larga e fianchi alti. Non è abbastanza veloce per fuggire.

Appena vede le due navi pirate, la giunca si ferma e alza una bandiera grande. Sandokan guarda la vela e fa un passo avanti.

— La bandiera del rajah[34] Brooke — dice, con voce dura — Lo “Sterminatore di pirati”.

— Tigrotti! All’arrembaggio!

Un urlo si alza dai due equipaggi. Tutti conoscono il nome di James Brooke, l’inglese che è diventato rajah di Sarawak. È un nemico spietato. Ha fatto uccidere molti pirati.

Patan corre al cannone. Gli altri puntano le spingarde e caricano i fucili.

— Comincio? — chiede Patan.

— Sì, ma cerca di non sprecare i colpi.

— Ricevuto.

 

 

All’improvviso, dalla giunca parte un colpo. La palla di cannone fischia tra le vele delle Romades, ma non colpisce nulla. Patan si abbassa, prende la mira[35] con calma e risponde al fuoco. Il suo colpo spezza l’albero maestro[36] della giunca, che crolla sul ponte con le vele e le corde.

— Bene — dice Sandokan, senza alzare la voce — Voglio quella nave fuori uso. Che Brooke provi a ripararla, se ci riesce.

Le due navi pirate riprendono l’attacco. Sparano palle di cannone e raffiche[37] di piccoli proiettili dalle spingarde. I colpi spezzano l’albero di prua[38], sfondano i fianchi della giunca, strappano vele e rompono le corde. I marinai cinesi cercano di rispondere, ma sono pochi e in evidente svantaggio.

Sandokan osserva il ponte della nave nemica, dove alcuni uomini sono ancora in piedi. Nonostante il fuoco incrociato, resistono. Fa un breve cenno con la mano.

— Sparate ancora — ordina — Finché non si arrendono.

Le due navi si avvicinano tra fumo, scintille e spruzzi d’acqua. In pochi secondi sono sotto i fianchi della giunca, pronte all’abbordaggio[39]. Sandokan si sporge verso il timoniere[40].

— Barra a sinistra! — grida. Stringe l’impugnatura della scimitarra e fissa il nemico con lo sguardo duro.

La nave di Sandokan affianca la giunca sul lato sinistro. I rampini vengono lanciati e si agganciano al legno nemico. Le due imbarcazioni restano unite, mentre oscillano tra fumo e spruzzi.

— All’arrembaggio, tigrotti! — grida Sandokan.

Si piega sulle gambe, pronto a saltare. Ma Ragno di Mare, accanto a lui, scatta di colpo.

— Si stanno preparando a sparare! — urla, mentre indica un uomo sulla giunca con il fucile puntato.

Afferra Sandokan per un braccio e si lancia davanti a lui. Un istante dopo, parte un colpo. Il proiettile lo colpisce in pieno. Il giovane crolla sul ponte, senza un suono.

Sandokan si inginocchia accanto a lui, stringe i denti.

— Maledizione… doveva toccare a me. Questo ragazzo mi ha salvato la vita — mormora. Poi si rialza di scatto, il volto duro, e senza aggiungere una parola salta sulla giunca. Si aggrappa a un cannone, si tira su e si lancia nella mischia, mentre i marinai cinesi gli corrono incontro per fermarlo.

— A me, tigrotti! — grida Sandokan, mentre colpisce due uomini con un solo colpo della scimitarra.

Una decina di pirati lo raggiunge. Alcuni salgono dalle corde, altri scavalcano i bordi della giunca. Nel frattempo arriva anche l’altra nave.

— Arrendetevi! — urla Sandokan.

I pochi nemici rimasti in piedi, sette o otto, guardano il ponte pieno di pirati. Alla fine gettano le armi e alzano le mani.

— Chi è il capitano? — chiede Sandokan.

Un cinese avanza con le mani alzate, il viso teso.

— Io.

— Hai combattuto con coraggio — dice Sandokan — Anche i tuoi uomini. Dove eravate diretti?

— A Sarawak.

Sandokan stringe la mascella. Resta in silenzio.

— Sarawak — ripete — E Brooke? Sai dov’è?

— No. Non torno lì da molti mesi.

— Va bene. Quando lo rivedrai, digli questo: un giorno getterò l’ancora nella sua baia. E vedremo se saprà affrontarmi.

Poi si toglie dal collo una collana di diamanti e la offre al capitano.

— Tieni. Mi dispiace per la tua nave. Ma con questo potrai comprarne un’altra.

Il capitano prende la collana, ancora scosso[41].

— Ma chi siete?

Sandokan si avvicina e lo guarda negli occhi.

— Guardami bene. Io sono la Tigre della Malesia.

Il capitano non risponde. Resta immobile, confuso. Sandokan fa un cenno ai suoi uomini, poi scende per primo. I tigrotti lo seguono. In pochi istanti sono di nuovo a bordo dei praho.

— Dove andiamo? — chiede Patan.

Sandokan indica verso est.

— Rotta verso Labuan. Si parte.

 

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Le tigri di Mompracem

The Original Novel by Alessandro Manzoni, Rewritten and Adapted for Intermediate Italian Learners (B1—B2)

 

 

 

 

 

 

 

[1]     Mompracem: isola immaginaria creata da Emilio Salgari nei romanzi su Sandokan. È descritta come rifugio dei pirati della Malesia, situata di fronte alle coste del Borneo, ma non corrisponde a un luogo reale.

[2]     ancorate: fermate in mare con l’ancora calata.

[3]     rupe: roccia alta e ripida sul mare o in montagna.

[4]     trincee: lunghi scavi nel terreno usati come protezione in guerra.

[5]     palizzate: recinzioni fatte con tronchi di legno piantati nel terreno, usate come difesa.

[6]     arrotolati: piegati su sé stessi in forma di rotoli.

[7]     frange: fili corti che pendono dal bordo di un tessuto.

[8]     armonium: strumento musicale a tastiera, simile a un piccolo organo.

[9]     traballante: che non è stabile e si muove un po’.

[10]    olivastro: colore della pelle un po’ scuro, tendente al verde o al marrone.

[11]    guarda fisso: guarda una cosa senza muovere gli occhi.

[12]    scruta: guarda con molta attenzione per capire o trovare qualcosa.

[13]    sollievo: sentimento di calma dopo una paura o una preoccupazione.

[14]    contemplare: guardare a lungo con grande attenzione o ammirazione.

[15]    con lo sguardo perso: guardare nel vuoto perché immerso nei pensieri.

[16]    guarnigione: gruppo di soldati che difende una città o una fortezza.

[17]    impiccato: persona uccisa con una corda al collo.

[18]    si scuote: gesto che indica che reagisce di colpo a un pensiero o a un’emozione.

[19]     tracolla: cinghia per portare una borsa o un’arma sulla spalla.

[20]    scimitarra: spada curva usata in Asia e Medio Oriente.

[21]    kriss: pugnale con lama ondulata tipico del Sud-Est asiatico.

[22]    spingarde: piccoli cannoni usati in mare.

[23]    praho: imbarcazione malese leggera e veloce.

[24]    annuisce: fa un gesto con la testa per dire .

[25]    giunca: grande nave cinese a vela.

[26]    manovrare: guidare o controllare con attenzione.

[27]    ponte: grande superficie piana della nave, come un pavimento.

[28]    equipaggio: insieme di marinai e ufficiali che lavorano su una nave.

[29]    rampini: ganci di ferro legati a una corda,  usati per agganciare la nave nemica e poi arrampicarsi.

[30]    albero: palo grande di legno o metallo che sostiene le vele.

[31]    sottovento: lato della nave opposto al vento.

[32]    aggrotta la fronte: stringe la fronte facendo piccole rughe, di solito per pensare o per preoccupazione.

[33]    prua: parte anteriore della nave.

[34]    rajah: titolo usato per re o principi in India e nel sud-est asiatico.

[35]    prende la mira: punta l’arma con attenzione verso il bersaglio.

[36]    albero maestro: albero centrale e più alto di un veliero.

[37]    raffiche: serie di colpi che partono tutti insieme nello stesso momento.

[38]    albero di prua: albero posto nella parte anteriore della nave.

[39]    abbordaggio: quando una nave si avvicina a un’altra per salirci sopra e attaccarla.

[40]    timoniere: il marinaio che guida la nave usando il timone, cioè la leva o la ruota che serve a cambiare direzione.

[41]    scosso: turbato, agitato, ancora sotto l’effetto di una forte emozione.

 

 

 

 

 

 

 

[1]