Il testo è un estratto del libro I promessi sposi (Edizione semplificata per stranieri)

 

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La sera del 7 novembre 1628 don Abbondio, un curato di una piccola parrocchia di un paesino vicino Lecco[1], ritorna dalla sua solita passeggiata. Cammina tranquillamente per una stradina. Recita con calma le sue orazioni. A volte chiude il libro delle preghiere e tiene il segno con l’indice.

Con le mani dietro la schiena, prosegue mentre guarda a terra. Ogni tanto sposta qualche ciottolo con un piede. A un certo punto, alza gli occhi e osserva la montagna vicina che è diventata rossa per il tramonto.

Dopo un altro breve tratto arriva a una curva. Da questo punto la stradina prosegue dritta per circa sessanta passi. Poi continua in due piccoli sentieri. Uno dei due sentieri va a destra verso il monte, e porta alla sua chiesa. L’altro sentiero va a sinistra, e scende verso una valle fino a un torrente.

Proprio davanti al bivio c’è un tabernacolo con delle immagini di fiamme rosse e figure che rappresentano le anime del purgatorio. Il disegno è piuttosto semplice, con i colori ormai sbiaditi e qualche fessura qua e là. Don Abbondio guarda verso il tabernacolo; quella sera, però, qualcosa lo turba all’improvviso. Proprio davanti al tabernacolo ci sono due uomini. Uno è seduto sul muretto con una gamba a penzoloni[2], l’altro è in piedi, appoggiato al muro con le braccia incrociate. Anche da lontano, Don Abbondio capisce che non sono due passanti qualunque.

Entrambi hanno sul capo una rete verde e un grande ciuffo copre la fronte. Hanno lunghi baffi arricciati alle punte, una cintura di cuoio con due pistole attaccate. Al petto un corno con polvere da sparo pende come una collana. Al fianco hanno una spada e un coltellaccio.

Don Abbondio non ha dubbi: sono bravi[3]. E aspettano proprio lui.

Appena lo vedono, si alzano e gli vengono incontro. Il povero curato continua a tenere il libretto. Fa finta di leggere ma li osserva con la coda dell’occhio[4]. Sente il cuore che batte forte. Prova a pensare a come evitarli. Ma non può fuggire. Non ha altra scelta che affrontare la situazione.

Fa un respiro profondo, accelera il passo e cerca di mantenere un’aria tranquilla, ma dentro di sé è terrorizzato. Quando arriva vicino, uno di loro lo ferma e lo fissa negli occhi.

— Signor curato — dice con voce ferma.

— Mi dica! — dice don Abbondio, mentre alza lo sguardo dal libro.

L’uomo lo guarda con un’espressione minacciosa e prosegue: — Lei ha intenzione di sposare domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!

Don Abbondio cerca di giustificarsi: — Io intenzione? Ma signori, sapete bene come funzionano queste cose. Io sono solo un povero curato, non sono io a decidere. Sono loro che vogliono sposarsi. E vengono da me per celebrare le nozze. Tutto qui.

Il bravo allora gli sussurra con tono autoritario: — Non deve fare questo matrimonio, né domani, né mai.

Don Abbondio prova a rispondere con una voce gentile: — Ma signori, provate a capirmi. Io faccio solo il mio dovere. Non ho nessuna convenienza a sposare quei due.

Ma il secondo uomo, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, interviene bruscamente: — Niente matrimonio, altrimenti... — e accompagna le parole con una bestemmia.

L’altro bravo lo interrompe, con un tono più calmo, anche se minaccioso: — Calma! Il signor curato sa molto bene come vanno le cose nel mondo. Noi siamo uomini onesti e non le faremo del male. Però deve obbedire. E soprattutto non deve parlare con nessuno... altrimenti... ehm! Il nostro padrone, don Rodrigo, la saluta. Che dobbiamo riferire al nostro padrone?

Appena sente il nome di don Rodrigo, don Abbondio è scosso da un brivido. Fa un inchino e dice in modo ossequioso[5]: — Il mio rispetto.

I bravi prendono queste parole come una promessa di obbedienza.

— Benissimo, buona notte, messere — e si allontanano mentre cantano una canzone volgare.

Don Abbondio, che poco prima avrebbe fatto di tutto per evitarli, ora vorrebbe continuare a parlare. Ma i due non gli danno ascolto e vanno via per la strada da cui lui era arrivato. Rimasto solo, il povero curato si sente svuotato, come incantato. Lentamente va verso casa, con le gambe che tremano.

È un uomo timoroso. Vive in un mondo dove i deboli rischiano di essere schiacciati dai potenti. Le leggi ci sono, ma spesso le ignorano, e chi dovrebbe farle rispettare preferisce stare con i più forti. Quei bravi, che non sono altro che dei criminali al servizio dei potenti, sono un esempio evidente.

Don Abbondio non è ricco, né coraggioso. Fin da giovane capisce di essere troppo fragile per un mondo violento. Si sente come un vaso di terracotta che viaggia in mezzo a dei vasi di ferro. Per questo ha scelto di diventare prete. Non per vocazione, ma per garantirsi sicurezza e rispetto.

Tuttavia, nemmeno l’abito da prete lo protegge del tutto. Per sopravvivere, evita i problemi, non prende posizione.
Se proprio è costretto, sta dalla parte del più forte. Questo atteggiamento prudente lo ha tenuto lontano dai guai, ma lo ha reso amaro[6] e diffidente. Critica quelli che rischiano per aiutare i deboli e sfoga la sua frustrazione su chi non può reagire. Per lui, vivere tranquilli significa pensare solo ai propri affari.

L’incontro con i bravi lo ha sconvolto. Ora è terrorizzato. Come farà a dire a Renzo che non può sposare Lucia. Sa che il giovane è innamorato e testardo, e teme la sua reazione. Si lamenta della sua sfortuna, perché gli arrivano addosso problemi che non sono i suoi.

Arriva alla porta con la testa piena di pensieri. Infila subito la chiave nella serratura e apre velocemente. Entra e chiude la porta con attenzione, come per sentirsi più al sicuro. Ha bisogno di parlare con qualcuno di fidato, così chiama subito: — Perpetua! Perpetua!

Si dirige verso il salotto, dove è sicuro di trovarla mentre prepara la tavola per la cena.

Perpetua è la serva di don Abbondio, una donna affezionata e leale. È paziente, ma sa anche come rispondergli. A volte deve sopportare i suoi lamenti e le sue strane idee. Però altre volte è lui a sopportare quelli di lei, che con il tempo sono diventati sempre più frequenti.

Perpetua ha più di quarant’anni e non si è mai sposata. Lei afferma di non aver mai trovato l’uomo giusto, ma le amiche dicono che non la vogliono neanche i cani[7].

— Eccomi! — risponde Perpetua, mentre mette il fiasco del vino preferito di don Abbondio sul tavolo e si avvia verso di lui. Ma appena entra nel salotto, nota subito che c’è qualcosa di strano. Il curato ha uno sguardo cupo, il passo incerto e il viso sconvolto. La domestica capisce subito che gli è successo qualcosa di serio.

— Misericordia! Cos’ha, signor padrone? — esclama Perpetua, preoccupata.

— Niente, niente — risponde lui, mentre siede ansante sulla sedia.

— Come sarebbe niente? Vuole forse ingannare me? Con quella faccia? È evidente che è successo qualcosa di grave.

— Oh, per carità! Quando dico niente, o è niente davvero… oppure è un segreto.

— Non può dirlo nemmeno a me? E chi l’aiuterà? Chi le darà un consiglio?

— Basta, basta! Non insistere. Non apparecchiare altro: dammi solo un bicchiere del mio vino.

Perpetua gli versa il vino, ma tiene il bicchiere in mano, come se volesse darlo solo in cambio di una spiegazione.

— Su, dammi quel bicchiere! — insiste don Abbondio, lo prende con una mano tremante e lo beve tutto d’un fiato.

— Devo allora andare in giro a chiedere cosa è successo al mio padrone? — minaccia Perpetua, mentre si mette davanti a lui con le mani sui fianchi.

— Per l’amor del cielo! Non metterti a spettegolare, ne va... ne va della vita[8]!

— Della vita? — domanda lei con gli occhi sgranati.

— Sì, della vita.

— Lei sa bene che ogni volta che mi ha detto qualcosa in confidenza, io non ho mai...

— Brava! Come quando...

Perpetua si accorge di aver toccato un tasto sbagliato[9]. Allora cambia subito tono e dice, con voce dolce e preoccupata: — Signor padrone, io le sono sempre stata affezionata. Se insisto è solo perché voglio aiutarla. Vorrei darle un consiglio, sollevarle l’animo, fare qualcosa per lei.

Don Abbondio, in realtà, ha tanta voglia di liberarsi del suo segreto. E Perpetua ha tanta voglia di scoprirlo. Così, dopo aver cercato di resistere alle sue domande sempre più insistenti, decide di parlare. Le fa giurare più volte di non dire niente a nessuno. Alla fine, con molte esitazioni e sospiri, le racconta tutto.

Quando arriva al nome di don Rodrigo, chiede a Perpetua un nuovo giuramento. Poi pronuncia quel nome terribile e, subito dopo, lascia cadere il corpo contro lo schienale della sedia. Con un grande sospiro, alza le mani: — Per l’amor del cielo, silenzio!

— Che mascalzone! Che prepotente! Che uomo senza timore di Dio! — esclama Perpetua.

— Vuoi stare zitta? O vuoi proprio mandarmi in rovina? — ribatte lui, con voce alterata.

— Ma siamo soli, non ci sente nessuno — insiste Perpetua — Mi dica, povero padrone, come farà?

— Ah, che bei consigli mi dai! — dice don Abbondio, esasperato — Vieni qui a chiedermi come farò, come se fossi tu nei guai, e io dovessi risolvere tutto per te!

— Beh, io un consiglio ce l’avrei, anche se modesto... ma poi... — risponde Perpetua, mentre pensa alle parole.

— Ma poi cosa? Sentiamo questo consiglio! — risponde lui, impaziente.

— Tutti dicono che il nostro arcivescovo è un uomo santo, deciso, uno che non ha paura di nessuno e sa rimettere al loro posto i prepotenti. Perché non gli scrive? Gli racconti tutto, gli spieghi com’è andata. Sono sicura che saprebbe come aiutarla.

— Vuoi tacere? Tacere, ti dico! E sarebbero questi i consigli da dare a un pover’uomo? E se mi arriva una schioppettata[10] nella schiena, poi la toglie l’arcivescovo?

— Eh! Ma mica le schioppettate sono distribuite come confetti! Se i cani mordessero ogni volta che abbaiano, saremmo tutti morti! Io ho sempre visto che chi sa mostrare i denti[11] ottiene rispetto. E invece, proprio perché lei non si difende mai, siamo arrivati a questo punto. Ormai tutti credono di avere il diritto di...

— Ma vuoi stare zitta? — la interrompe don Abbondio, sempre più agitato.

— Va bene, sto zitta. Però è anche vero che, quando uno dimostra di essere troppo debole...

— Basta! Non è proprio il momento di dire queste stupidaggini — sbotta[12] il curato.

— Va bene, basta — risponde Perpetua — Però ci pensi stanotte. Intanto mangi qualcosa.

— Ci penserò, sicuro! — brontola don Abbondio — A chi tocca pensarci, se non a me? Ma guarda un po’, doveva capitare proprio a me una disgrazia simile!

— Beva almeno un goccio — insiste Perpetua, mentre gli versa da bere — Sa che questo le calma sempre lo stomaco.

— Eh! Ci vorrebbe ben altro... ci vorrebbe ben altro...

Con queste parole, don Abbondio prende il lume e si avvia verso la camera mentre continua a brontolare: — E a chi doveva capitare, se non a un povero uomo onesto come me! E domani? Come andrà a finire? Che farò?

Arrivato sulla soglia, si ferma, si volta verso Perpetua, si mette un dito sulle labbra e dice con tono solenne: — Per l’amor del cielo, silenzio!

Poi sparisce dietro la porta.

 

 

CAPITOLO 2

 

Don Abbondio non dorme tutta la notte, è agitato e pieno di pensieri. Cosa può fare? Ignorare le minacce e sposare Renzo e Lucia? Impossibile. Parlare con Renzo? No, uno dei bravi ha detto chiaramente: — Non deve parlare con nessuno... altrimenti... ehm!

Quel ehm! lo spaventa. È pentito anche di aver parlato con Perpetua.

Scappare? Per andare dove? Ogni soluzione sembra impossibile. Alla fine ha un’idea: guadagnare tempo. Mancano pochi giorni al periodo in cui le nozze sono vietate[13].

— Se riesco a far aspettare Renzo, avrò due mesi di pace — pensa.

Deve solo trovare qualche scusa per rimandare il matrimonio. Infine, con questi pensieri nella testa, riesce ad addormentarsi. Ma per tutta la notte sogna bravi, don Rodrigo e schioppettate.

Al mattino si alza con timore, pronto a incontrare Renzo.

Quest’ultimo arriva al mattino presto. Appena alzato parte subito per andare dal curato, pieno di entusiasmo. È felice, perché sta per sposare la donna che ama.

Il ragazzo ha perso i genitori quando era ancora piccolo. Nonostante questo ha seguito la tradizione di famiglia: è diventato un bravo filatore[14] di seta. Questo lavoro non rende più come una volta. Molti filatori sono partiti. Ma lui è rimasto nel paese e riesce a guadagnare abbastanza. Ha anche un piccolo terreno, che coltiva quando non lavora al filatoio. Risparmia sempre qualcosa, soprattutto da quando ha conosciuto Lucia. Grazie ai suoi risparmi è riuscito a superare anche le difficoltà dovute alla carestia[15].

Renzo arriva dal curato vestito a festa. Porta un cappello con penne colorate e un pugnale decorato alla cintura. Ha un’aria allegra e un po’ spavalda, come molti giovani del tempo.

Don Abbondio, invece, appare piuttosto pensieroso e preoccupato.

— Ma che ha don Abbondio? Forse qualche problema? — pensa Renzo. Poi dice:

— Signor curato, sono venuto per sapere a che ora dobbiamo venire in chiesa.

— Di che giorno parli?

— Come, di che giorno? Non si ricorda che abbiamo fissato le nozze per oggi?

— Oggi? — risponde il curato, mentre finge di cadere dalle nuvole[16] — Oggi... oggi... no, oggi non posso.

— Non può? Ma che dice? E perché non può?

— Prima di tutto, non mi sento bene.

— Mi dispiace per questo. Ma non deve mica fare un lavoro faticoso.

— E poi... e poi...

— E poi cosa?

— Ci sono delle complicazioni.

— Complicazioni? Quali complicazioni?

— Ah, non puoi capire! Ci sono tante formalità, tanti problemi. Io cerco sempre di accontentare tutti, ma poi ricevo rimproveri.

— Basta con questi giri di parole! Mi dica chiaramente cosa c’è!

— Ci sono tanti ostacoli possibili — comincia don Abbondio, mentre conta sulle dita — Error, conditio, votum, cognatio[17]...

— Scherza, vero? — lo interrompe Renzo — Cosa ci faccio[18] del suo latino?

— Dunque, se non sai certe cose, abbi pazienza e fidati di chi le sa.

— Mi dica almeno quanto devo aspettare.

— Figliolo, ci vuole qualche giorno.

— Quanti giorni?

— Quindici — risponde don Abbondio, mentre cerca di mantenere la calma.

— Quindici giorni? Questa è davvero bella[19]! Abbiamo fissato tutto, eravamo d’accordo per oggi, e adesso mi dice di aspettare quindici giorni?

Renzo alza la voce, irritato, e solleva un pugno in aria. Il curato gli prende la mano per calmarlo.

— Via, via, non arrabbiarti. Tranquillo. Cercherò di fare tutto in una settimana.

— Sì, ma io a Lucia, che devo dire? — chiede Renzo.

— Che è stato un mio sbaglio — risponde don Abbondio.

— E le chiacchiere della gente? — insiste Renzo.

— Puoi dire a tutti che ho sbagliato io, per troppa fretta. Mi prendo tutte le colpe. Va bene così? Cerca di avere pazienza... per una settimana.

— E poi? Non ci saranno più problemi?

— Quando ti dico... — tenta di rassicurarlo il curato.

— Va bene, aspetto una settimana. Ma dopo non mi bastano più parole. Intanto, vi saluto — Renzo fa un inchino, meno profondo del solito, e gli lancia un’occhiataccia[20].

Uscito, cammina verso casa di Lucia. È arrabbiato e ripensa all’incontro. C’è qualcosa di strano. Don Abbondio era freddo e nervoso, parlava male, evitava di guardarlo negli occhi, come se avesse paura.

Proprio in quel momento vede Perpetua che entra in un orticello vicino. Corre subito da lei per cercare di scoprire qualcosa di più.

— Buongiorno, Perpetua. Pensavo che oggi avremmo festeggiato insieme — dice Renzo, ma la voce tradisce lo sforzo di restare calmo.

— Eh, povero Renzo! Qui le cose vanno come vuole il Signore — risponde con un sospiro.

— Mi fate un favore? Il curato m’ha raccontato certe storie che non ho capito. Spiegatemi voi perché non può, o non vuole, sposarci oggi.

— E voi pensate che io conosca i segreti del mio padrone? — ribatte Perpetua, un po’ irritata.

— Via, Perpetua, siamo amici. Ditemi quello che sapete, aiutate un povero ragazzo.

— Sentite, Renzo. Io non so niente e non posso dirvi niente. Ma una cosa la posso dire: il mio padrone non vuole far torto a nessuno, né a voi né ad altri. Non è colpa sua.

— E allora di chi è la colpa? — chiede Renzo. Cerca di sembrare tranquillo, ma il cuore che gli batte forte.

— Quando vi dico che non lo so... Posso però difendere il mio padrone, perché non è giusto accusarlo. Pover’uomo! Se ha sbagliato, è solo per troppa bontà. Però, in questo mondo ci sono prepotenti, cattivi, gente senza scrupoli...

— Prepotenti? Cattivi? — Renzo, sempre più agitato — Via, Perpetua, ditemi chi è.

— Voi volete farmi parlare. Ma io non parlo, perché non so niente. Quindi potete fare quello che volete, ma non dico niente. Perdiamo tempo tutti e due. Addio!

E con queste parole, la donna entra nell’orto e chiude la porta. Renzo la saluta e torna indietro. Arriva presto alla porta di don Abbondio. Entra, va al salotto e lo trova lì. Si avvicina con aria decisa e uno sguardo minaccioso.

— Eh! Eh! Che succede? — balbetta[21] il curato, già spaventato.

— Chi è il prepotente — esclama Renzo, con tono fermo — che non vuole che io sposi Lucia?

— Che? Che? Che dici? — risponde il curato, mentre diventa pallido come un lenzuolo. Si alza di scatto e cerca di raggiungere la porta. Renzo però, che si aspettava una mossa simile, arriva prima. Gira la chiave, chiude la porta e si mette la chiave in tasca.

— Ora parlerà, signor curato. Tutti quanti conoscono i fatti miei. L’unico che non li conosce sono io. Voglio sapere chi è e lo voglio sapere subito!

— Ma Renzo! Renzo! Per carità, pensa alla tua anima! — supplica don Abbondio. Cerca di mantenere la calma.

— Voglio la verità! Adesso! — ribatte Renzo, sempre più deciso. Istintivamente porta la mano sul pugnale.

— Misericordia! — esclama don Abbondio con voce tremante.

— Lo voglio sapere! — insiste Renzo, con gli occhi fissi su di lui.

— Ma chi ti ha detto...? — cerca di rispondere il curato.

— Basta con le menzogne! Parli chiaro e parli ora!

— Mi vuoi morto? — implora visibilmente terrorizzato.

— Voglio solo sapere quello che ho diritto di sapere! — ribatte Renzo, con voce sempre più ferma.

— Ma se parlo, io sono un uomo morto! Non ho diritto a preoccuparmi per la mia vita?

— Allora parli! — esclama Renzo con tono minaccioso.

Quel “allora” è detto con una tale forza che don Abbondio capisce di non avere più scelta. Lo sguardo di Renzo è troppo deciso, e il curato si rende conto che non può più nascondere la verità.

— Mi prometti, mi giuri — dice con voce tremante — di non dirlo a nessuno, di non parlarne mai?

— Vi prometto che, se non mi dite subito il nome, succede una tragedia! — esclama Renzo.

Don Abbondio, con lo sguardo terrorizzato, dice infine: — Don...

— Don? — ripete Renzo, mentre si piega in avanti con l’orecchio vicino alla bocca del curato, le braccia tese e i pugni stretti.

— Don Rodrigo! — esclama velocemente il curato, come se volesse far sparire subito quelle parole.

— Ah, quel cane! — grida Renzo — E come ha fatto? Cosa vi ha detto?

— Come, eh? Come? — risponde don Abbondio, con voce offesa — Vorrei vedere te al mio posto! Io non c’entro niente, eppure mi trovo in mezzo a questa storia!

Poi racconta delle minacce ricevute dai bravi, con toni drammatici. Mentre ne parla, prova paura, ma anche molta rabbia.

— E tu, Renzo, vieni qui a farmi questa scena[22]! Io ti nascondevo tutto per il tuo bene! E adesso, cosa vuoi fare? Non possiamo scherzare con questa gente, non è questione di ragione ma di forza! E tu invece sei solo capace di arrabbiarti. Almeno adesso apri la porta e ridammi la chiave!

Renzo risponde calmo: — Forse ho sbagliato, ma pensate a cosa avreste fatto voi al mio posto.

Tira fuori la chiave e si avvicina alla porta. Don Abbondio lo segue nervoso e gli dice ansioso:

— Giura almeno...

— Forse sbaglio, vi chiedo scusa — risponde Renzo, mentre apre la porta.

Il curato lo afferra per il braccio: — Giura!

Renzo si libera e se ne va. Il curato lo chiama, ma lui sparisce in fretta.

— Perpetua! Perpetua! — grida, ma nessuno risponde. Lui resta lì, confuso e spaventato.

La paura del giorno prima, la notte senza dormire e i pensieri lo fanno star male. Si siede sulla sedia grande con il corpo che trema e chiama di nuovo: — Perpetua!

Finalmente lei arriva, con un cavolo sotto il braccio, con l’aria ingenua di chi non sa niente. Dopo un breve litigio, don Abbondio ordina: — Chiudi la porta a chiave e, se qualcuno arriva, digli che sono a letto con la febbre.

Poi sale le scale piano e dice: — Adesso sono nei guai[23] — E si mette a letto.

Intanto Renzo cammina veloce verso casa. È arrabbiato, non sa cosa fare, ma vuole agire. Pensa a don Rodrigo e alla sua prepotenza. Renzo, che è sempre stato un ragazzo calmo, ora pensa solo alla vendetta.

Si immagina di entrare a casa di don Rodrigo, prenderlo per il collo... Ma capisce che è impossibile: la casa è piena di bravi. Allora si immagina nascosto dietro una siepe con uno schioppo ad aspettare don Rodrigo. Lo vede passare da solo e gli spara nel petto. Ma poi si ferma e pensa: e Lucia?

Con questo pensiero diventa calmo. Pensa ai suoi genitori, a Dio, alla Madonna. Si ricorda di non aver mai fatto del male a nessuno. Ma ora un nuovo pensiero lo tormenta: Come dire a Lucia che le nozze sono rimandate? Come faranno adesso a sposarsi, con don Rodrigo di mezzo?

Poi ha un sospetto: Forse don Rodrigo vuole Lucia. E lei? Se ne è accorta?

Renzo non va a casa sua, ma direttamente da Lucia, che vive fuori dal villaggio. Arriva e sente delle voci al piano di sopra: donne che festeggiano la sposa. Non vuole far vedere di essere così arrabbiato.

Una bambina, Bettina, lo vede, corre verso di lui e grida: — Lo sposo! Lo sposo!

— Zitta, Bettina, zitta! — dice Renzo — Vieni qui. Vai da Lucia, portala in disparte e dille che l’aspetto nella stanza al piano terra. Deve venire subito.

Bettina corre tutta felice per il compito importante. Intanto Lucia esce dalla stanza. Sua madre l’ha vestita con cura. Le amiche le stanno intorno e insistono per vederla in abito da sposa. Lucia si vergogna, si copre il viso con il braccio e abbassa la testa, ma sorride.

I suoi capelli scuri sono raccolti in trecce con spilli d’argento. Al collo ha una collana rossa e bottoni d’oro. Indossa un vestito a fiori e scarpe ricamate. È bellissima, ma sembra anche un po’ triste.

Bettina la prende per un braccio e le sussurra all’orecchio il messaggio di Renzo.

— Vado un momento e torno — dice Lucia. Poi scende in fretta. Quando vede Renzo, capisce che c’è qualcosa che non va.

— Che succede? — chiede Lucia, spaventata.

— Lucia, oggi non possiamo sposarci — dice Renzo — Solo Dio sa quando sarà possibile.

— Cosa? — esclama Lucia. Renzo le racconta tutto. Quando sente il nome di don Rodrigo, Lucia si ferma e trema.

— Ah! — dice — È stato capace di arrivare a fare questo?

— Allora sapevi qualcosa? — chiede Renzo.

— Sì — risponde Lucia — Ma non immaginavo una cosa del genere...

— Perché non mi hai detto niente? — chiede Renzo.

— Adesso non posso parlare — dice Lucia con la voce rotta[24] — Chiamo mia madre e mando via le donne. Dobbiamo parlare soli.

Intanto arriva anche Agnese, la madre di Lucia e Renzo racconta tutto anche a lei. Nel frattempo Lucia torna dalle donne e dice, con una voce che cerca di sembrare calma: — Mi dispiace ma devo dirvi una cosa. Oggi non ci possiamo sposare. Il curato è malato.

Le donne vanno via un po’ deluse. Alcune di loro cominciano a spettegolare e decidono di andare dal curato a controllare se è davvero malato.

— Ha una febbre molto forte! — dice Perpetua dalla finestra quando le vede arrivare.

E così finiscono le chiacchiere.

 

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I promessi sposi

The Original Novel by Alessandro Manzoni, Rewritten and Adapted for Intermediate Italian Learners (B1—B2)

 

 

 

 

 

 

[1]     paesino vicino a Lecco: Non conosciamo il nome del paesino. Sappiamo solo che è sul lago di Como, vicino Lecco, in Lombardia..

[2]     penzoloni: sospeso, che pende in modo libero, senza toccare terra.

[3]     bravi: individui violenti al servizio di signori potenti, usati per intimidire o commettere crimini, spesso impuniti grazie alla protezione del loro padrone. Molti di loro avevano i capelli lunghi davanti. Quando dovevano fare qualcosa di illecito, si coprivano il viso con i capelli per non essere riconosciuti.

[4]     con la coda dell’occhio: è una frase idiomatica che significa guardare qualcosa mentre il viso sembra guardare da un’altra parte.

[5]     ossequioso: molto rispettoso, quasi in modo esagerato.

[6]     amaro:  scontento o deluso, a causa dalla frustrazione di dover accettare tutto passivamente.

[7]     non la vogliono neanche i cani: modo ironico per dire che qualcosa è di qualità talmente scadente che non la vogliono  neanche i cani, che di solito non rifiutano mai niente.

[8]     ne va della vita: è una cosa che rischia di far perdere la vita.

[9]     toccato un tasto sbagliato: detto quando  qualcuno parla di qualcosa che dà fastidio o fa arrabbiare qualcuno.

[10]    schioppettata: un colpo sparato con una schioppetta, un antico fucile con carica anteriore.

[11]    mostrare i denti: comportarsi in modo deciso o minaccioso per farsi rispettare, come un cane che mostra i suoi denti quando è aggressivo.

[12]    sbotta: dice qualcosa di colpo, con rabbia o forte emozione.

[13]    le nozze sono vietate: nella tradizione cristiana dell’epoca c’era un periodo di circa 2 mesi che comprendeva il Natale, durante il quale le nozze erano proibite.

[14]    filatore: persona che lavora diverse fibre naturali, come seta, lana e cotone e le trasforma in fili che possono essere utilizzati per creare tessuti.

[15]    carestia: In quegli anni, in Lombardia, mancava il grano. I raccolti erano stati scarsi per colpa del maltempo e della cattiva gestione. Il prezzo del pane era salito molto e molte persone facevano fatica a mangiare ogni giorno. Questa situazione diventerà più grave a causa della guerra.

[16]    cadere dalle nuvole: espressione idiomatica che significa essere molto sorpreso o fare finta di non sapere qualcosa.

[17]    Error... cognatio: don Abbondio, siccome non sa cosa dire, parla latino per cercare di confondere Renzo.

[18]    Che ci faccio: un modo per dire non mi serve a niente.

[19]    Questa è davvero bella!: è un’espressione usata in modo sarcastico per indicare qualcosa di assurdo e incomprensibile.

[20]    occhiataccia: sguardo minaccioso, arrabbiato o di disapprovazione.

[21]    balbetta: parla in modo esitante, con interruzioni o difficoltà nell’articolare le parole.

[22]    a farmi questa scena: a comportarsi in modo teatrale e esagerato.

[23]    sono nei guai: mi trovo in una situazione difficile o pericolosa.

[24]    voce rotta: voce che trema per l’emozione.